
Perché Bassini è Bassini.
E scrive benissimo: la sua è una voce molto personale, una lingua che scorre morbida e aspra senza farsi sfuggire nulla.
Le sue sono storie che sanno di nebbia e di chiuso, di orizzonti ristretti in cui tutto necessariamente è concentrato e amplificato dal rimbombo che solo dei muri sanno creare.
A tratti fa pensare a ”La maschera della morte rossa” di Poe, questo libro.
La solita provincia che fu di Chiara e ora è sua, di Bassini intendo, che si crogiola nell’illusione di avere vita propria, tra perbenismo ipocrita e pettegolezzi piccoli nella loro ferocia, ma le cui barricate sono permeabili al mondo di fuori, e ai suoi orrori.
Orrori strutturati, quelli esterni, che si aggiungono all’umano schifo endogeno che è di ovunque.
È la globalizzazione, baby.
E chi ci vive, di orrore, e chi lo copre, l’orrore, fa parte di una lobby che non ha più confini ormai.
Non più solo i maggiorenti locali, no. Ci sono interessi che vanno oltre.
Don Rodrigo non è più solo, don Abbondio sbrocca, l’Innominato è un mito inventato per far stare buona la gente.
Tutti sono soli, alla fine.
Soli coi propri fantasmi, soli che neanche l’amore dei figli basta, soli con la loro umanità e le loro paure e i loro rimorsi.
Soli che alla fine la morte è quasi un sollievo.
È un gran bel libro, questo.
Tutto Bassini lo è. Tutto da leggere, più o meno. Lo metterei secondo nella mia personale classifica, dopo ”Il quaderno delle voci rubate” che ho amato incondizionatamente di un amore assoluto e molto vetero.
Gusti.
Remo Bassini, ”Bastardo posto”, Perdisapop, 2010