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bouvet et pécuchard

recensioni in disordine sparso

Post taggati recensione

Gen 23 '11

gris

C’erano una volta storie di castelli e biblioteche di mogano, storie di the avvelenati e assassini in tweed che si cambiavano per la cena, di passioni dirompenti celate da educati sorrisi. Storie rassicuranti di mondi distanti, con cattivi che escono di scena con infamia e classe e il bene che trionfa sempre.

Poi arrivarono storie di metropoli buie, di donne scure e uomini armati. Puzzavano di alcol e sigarette, e potevano essere combattuti solamente da loro simili, altrettanto puzzolenti. Erano comunque fiabe che parlavano di altre esistenze, e il lettore ne usciva pulito.

Ci furono poliziotti piccoloborghesi e disincantati, investigatori violenti come criminali, magistrati tormentati e inquieti, anatomopatologi empatici e disturbati, il tutto equamente distribuito tra la visione di destra e quella di sinistra. Come Star Wars e Star Trek, per intenderci. Il Bene e il Male per la prima, l’occhio empatico attento alle sfumature per la seconda.

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Gen 9 '11

z

È lo spreco che uccide.

Una scrittura splendida, efficace, puntuale; un’idea geniale nella sua follia, svolta per due terzi con mano sicura e grande abilità.

E un precipitare a valanga nel nulla raffazzonato di un finale inutilmente pieno di parole.

E pure un bel po’ irritante, con tante piccole furbate che non riesco a perdonargli.

È un ottimo scrittore, Veronesi, e mi sta pure simpatico.

Diciamo che avrei preferito che questo suo libro, così ambizioso, rimanesse in un cassetto, per poi magari uscire postumo tra cinquant’anni, che so. Annotato e arrotato. A far felici critici e studenti universitari che avrebbero potuto risalire alle fonti di ispirazione e rimpiangere che non fosse stato mai rimaneggiato come meritava e poi pubblicato.

Una grande occasione persa.

Sandro Veronesi, ”XY”, Fandango, 2010

Dic 29 '10

under my skin

È un uomo scialbo, l’avvocato G.

Scialbo, sradicato e insicuro. Alto alto, con la fronte lucida e sfuggente, la faccia rosa senza zigomi né mento, cadente come i fianchi di un’anziana mucca magra , senza stile, con due occhi marroni tristi e soli.

Un uomo a cui la moglie ha tagliato le palle. Un uomo che non è un uomo, ma un marito figlio padre mancato, brillante professionista e disastro di infelicità repressa.

Un uomo che non rispetta le regole della seduzione perché non le conosce.

Un uomo pericoloso, quindi, sia come oggetto di passione che di amore.

Pericoloso per sé e gli altri.

Le altre.

È la pelle la protagonista di questa storia: pelle chiara, delicata, che si arrossa e infiamma facilmente. Pelle sensibile e sensuale, pelle che si irrita e brucia, pelle da curare e assaggiare.

A fior di pelle, sotto la pelle.

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Dic 26 '10

B.I. n. 26, dicembre ’10.

- E poi c’è la storia del ragazzino. Che è uno dei pochi pezzi che non è un’intervista. Ce l’hai presente? Proprio all’inizio del libro, sì. C’è questo ragazzino tutto ossa e niente peli ed è il suo compleanno, è proprio quel giorno lì, quando ti svegli e né più né meno finisci per avere tredici anni e non capisci ancora se è un bene o un male esserci arrivato. O meglio, prima di quel giorno lì, prima di sentirti dentro e intorno e addosso i tuoi tredici anni, lo dai per scontato che da lì in poi il peggio è passato, la vita sarà una scala in discesa, un percorso di liberazione e via zaczac tutte le catene, a te la libera scelta, a te il libero arbitrio, a te una schiena da uomo per coprirti le spalle e via dicendo. Poi arriva quella mattina lì, gli occhi si aprono e si chiudono con guizzi di una paura sovraeccitata, corri davanti allo specchio, ci spruzzi sopra i tuoi brufoli da adolescente con la faccia bianco latte e inizi a guardarti. A guardarti fisso, intendo. A trapassarti con lo sguardo, per dirla tutta. E succede qualcosa, è questione di secondi, sai, succede qualcosa per cui cominci a crescere da fuori, a crescere spropositatamente di fronte ai tuoi occhi, a visualizzare un gigantografia di te che non potrebbe essere più distante da quello che sei. Voglio dire, qualcosa dentro si blocca, interrompe le comunicazioni, è lì, isolato da frane e smottamenti e ha staccato tutti i collegamenti col mondo intorno, quel qualcosa ti ha incastrato in uno dei momenti più importanti della tua vita, quello in cui decidi se sei disposto a saltare o no. A raggiungere quell’immagine di te, che è la proiezione di un improbabile te futuro o a rimanere dove sei. E c’è questo ragazzino, alla sua festa in piscina con tanto di tartine sdraio a bordo vasca bagnini distratti e madri addormentate dietro gli occhiali da sole, che sale sul trampolino, decide di mettersi in fila, minuto dopo minuto, fino a quando arriva il suo turno e deve saltare la voragine blu che si trova sotto ai piedi, capisci? Non ha altro modo di scamparla, la direzione è una sola, non può per niente al mondo tornare indietro. E tutto il racconto non è altro che lo srotolarsi in progressione del fotogramma sospeso di questo ragazzino che ora ha tredici anni e deve capire se vuole continuare ad averli o meno. Se riuscirà a buttarsi, voglio dire, o resterà per sempre lassù.

- Sì, David Foster Wallace è uno scrittore assolutamente perverso.

- Ma non si tratta solo di perversione sessuale. La perversione sessuale è uno strumento, un canale, un argomento di conversazione da seduta psicanalitica. Credo che limitare tutto a questo sarebbe estremamente riduttivo. La perversione è, come dire, finalizzata a raccontare tutta l’alienazione del mondo. E i buffi tragicomici espedienti a cui la gente ricorre per disperarsi.

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Dic 23 '10

scura (non più chiara, cioè)

Perché Bassini è Bassini.

E scrive benissimo: la sua è una voce molto personale, una lingua che scorre morbida e aspra senza farsi sfuggire nulla.

Le sue sono storie che sanno di nebbia e di chiuso, di orizzonti ristretti in cui tutto necessariamente è concentrato e amplificato dal rimbombo che solo dei muri sanno creare.

A tratti fa pensare a ”La maschera della morte rossa” di Poe, questo libro.

La solita provincia che fu di Chiara e ora è sua, di Bassini intendo, che si crogiola nell’illusione di avere vita propria, tra perbenismo ipocrita e pettegolezzi piccoli nella loro ferocia, ma le cui barricate sono permeabili al mondo di fuori, e ai suoi orrori.

Orrori strutturati, quelli esterni, che si aggiungono all’umano schifo endogeno che è di ovunque.

È la globalizzazione, baby.

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Dic 22 '10

A forest.

Endimione: Compagno uomo, sai cos’è l’orrore del bosco quando vi si apre una radura notturna? […] Hai mai guardato con spavento e con voglia la natura di una lupa, di una daina, di una serpe?
Straniero:  Intendi, il sesso della belva viva?
Endimione: Sì, ma non basta. Hai mai conosciuto persona che fosse molte cose in una, le portasse con sè, che ogni suo gesto, ogni pensiero che tu fai di lei racchiudesse infinite cose della tua terra e del tuo cielo, e parole, ricordi, giorni andati che non saprai mai, giorni futuri, certezze e un’altra terra e un altro cielo che non ti è dato possedere? [C. Pavese, Dialoghi con Leucò]

Diana è l’amore. E’ l’ossessione che si infila sotto alle palpebre di notte e le fa tutte un tremito di voci, lava la pelle di sudore e lascia la realtà a sgocciolare frasi del sogno. Diana è la parola del mito, che si prende ogni spazio e frammenta ogni tempo. E’ madre che sbrana e accarezza, è sangue di dea che si mescola alla terra e si fa umano, è un bacio tenero d’amante che stringe e poi abbandona. Diana vive tra i battiti di ciglia di Atteone, dei suoi occhi che reclamano il sonno per poter reincontrare amore. Senza riuscire mai a toccarlo, perché amore è cosa immortale, è un pensiero distante, è il tutto che nelle mani di un uomo finisce per diventare niente. Diana è la radura, e la luce quando scalpita selvatica e il buio quando smette di essere morto e diventa nervo pulsante.

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Dic 17 '10

holden k.

Brutta bestia, l’adolescenza.

Brutto periodo, i ‘70.

Un anno nella vita di Franz Krauspenhaar, ragazzino biondo e minuto, intelligente ma che non si applica. Un anno che si dipana tra noia e paranoia declinando tifo calcistico e politica vissuta come ribellione al rassegnato conformismo borghese, nemico in comune con gli esecrati avversari.

Ormoni in subbuglio e pulsioni terroristiche, mera teoria che si scontra con una realtà da quindicenni e trova sfogo in assidue frequentazioni di giornaletti porno e birrerie.

Bisogno di appartenenza e rifiuto di omologarsi, la scuola come incidente mattutino a cui opporre resistenza passiva, eskimo e mocassini, speranza e terrore, Amore e sesso.

Poche letture, già molta scrittura. Il progressive. Filosofia e cinemini di terza visione, e, ogni tanto, un’epifania.

Su tutto, inquietante, ancora incompresa ma vagamente temuta in quanto percepita come destabilizzante, l’ombra di Pasolini, il cui omicidio chiuderà un anno simbolico nella sua confusione.

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Dic 14 '10

ti riconoscerò, un giorno, nel volo dei gabbiani.

Un foglio di carta che si strappa è una storia che inizia, che viene fuori con un sorriso un po’ prepotente da tutto quel grumo di storie disordinate, arruffate, ferme a metà, finite ma mai scritte, scritte ma sospese, tutte incastrate in un gioco di scatole cinesi l’una nell’altra. E quando viene fuori, quando tocca l’aria, disperde stormi di parole anestetizzate, intrappolate sotto tutto quel bianco, che riprendono coscienza, sangue e polmoni. Una storia che inizia è un nodo che si scioglie, un dolore che si incancrenisce nella carne, un ricordo che prende a sgambettarti nella pancia, perché vuole avere uno spazio tutto suo, finalmente, uno spazio che non sia più solo un’intuizione, uno spazio che abbia anche un luogo, un tempo, una faccia prima di tutto. Uno spazio che sia anche una voce.

La voce di Davì, per come l’hanno ascoltata le mie mani, è quella delle tenerezza.
E di una giovinezza che non sa d’essere giovane. Una giovinezza ingenua, senza la pretesa di trasformarsi in qualcosa di definito, senza il bisogno d’avere un nome, una terra, delle radici. Una giovinezza che ancora crede che sia la solitudine la chiave, il non accorciare mai troppo le distanze emotive, quelle che ti permettono di camminare lungo la tua strada, incrociando di tanto in tanto le impronte degli altri senza mai rischiare di sovrapporle alle tue. Una giovinezza, quella di Davì, che ha gambe abbastanza forti da non fermarsi mai, perché non c’è ragione per smettere di correre, per rimanere fermi in un punto, per costruire una casa che non abbia un cielo stellato come soffitto. Davì non ce l’ha dentro, questa ragione.

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Dic 12 '10

un tocco di rosso

Farenheit 2372.

Altina come temperatura, sì. Necessaria per bruciare bene. I cadaveri, ad esempio. E i cani inselvatichiti, e i mostri generati dal sonno della ragione. E edifici, e città intere. Fare un bel fuoco, bisogna, a fiamma rossa rossa. Un botto, prima, e poi il fuoco.

Rosso, deve essere: quello blu non basta, è freddo e triste e poco convinto.

E quello giallo è ancora troppo poco, è un sospetto di invidia, di voler solo spaventare.

Rosso, è il colore.

Il colore della rivolta consapevole, della passione come unica pulsione valida, il colore della vita.

Il colore dell’unica redenzione possibile, del fuoco che pulisce dentro e fuori, che distrugge il nero profondo di un mondo alla deriva che forse solo dalle proprie ceneri potrà risorgere, a patto di essersi consumato fino in fondo.

Sono cinquanta pagine, queste. Densissime.

Cinquanta pagine per la fine del mondo as we know it.

Cinquanta pagine di apocalisse.

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Dic 12 '10

non c’è solo un modo per salvarsi.

E’ uno scricchiolio leggero, all’inizio. Il brivido di una terra che ruota ad alta velocità, ma non si riscalda. Una scossa elettrica appena percepibile che fa perdere l’equilibrio, rallenta i riflessi, fa franare le gambe, impaurisce gli occhi. E’ il corto circuito della quotidianità, lo smottamento delle certezze, il crollo di ogni copertura, l’imprevisto che fa da detonatore nel regolare susseguirsi delle cose, è la sottrazione improvvisa del controllo, la perdita delle proprie coordinate, è il nero che imbavaglia i corpi,  è il tempo che si frattura in più punti e non si ricompone. Come un braccio rotto tutto in fuori, deformato dall’orrore. Il tempo si dilata, mentre la vita continua ad accadere in verticale. E crolla, fra pezzi di realtà scorticati che non combaceranno più.

E’ un mostro a tre teste, la palazzina che viene giù con un rombo sordo, come se i soffitti, le travi, le mattonelle rimbalzassero tra superfici di gomma piuma. E’ una morte d’ovatta, la sua.
In un testa a testa con un cielo squarciato sputa cassetti, lettere d’amore, materassi, scarpe logore, frulla pianoforti, trita armadi, trincia giocattoli, vomita romanzi lasciati a metà, storie raggomitolate agli angoli delle stanze, rovescia pentole, piega tubature, allaga ossigeno incontaminato di acqua stagnante.
Ha tre paia d’occhi, la palazzina, raggrumati di terrore.
Ha tre paia di gambe, inebetite dall’indecisione.
Ha tre bocche, che guaiscono in silenzio, che si aggrappano alla vita per poi mollare la presa.

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